La commemorazione dei defunti e le fave dei morti

1 novembre 2015
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La commemorazione dei defunti ha origini molto antiche. Sin dai tempi dei Romani si festeggiava il primo giorno di Novembre in onore della dea dei frutti Pomona e durante i festeggiamenti venivano offerte le mele (i pomi) per propiziarsi la fertilità. Anche i Celti festeggiavano il 31 ottobre, mentre i Druidi si riunivano sulle colline e danzavano intorno ai fuochi, facendo offerte alle divinità con il raccolto e gli animali. Questo giorno segnava il passaggio dalla stagione estiva a quella invernale e, durante questo passaggio, il tempo si considerava sospeso permettendo al mondo dei vivi e quello dei morti di entrare in contatto. Fu proprio in seguito alle dominazioni dei romani sui celti che si fusero molte usanze tramandate fino ad oggi. La Chiesa Cattolica Romana però, cercò di imporsi annullando le tradizioni popolari e nell’anno 835 d.C. decretò il 1° Novembre festa di tutti i Santi. Furono demonizzate le figure di spiriti e fate, rappresentanti il mondo della rinnovazione dopo la morte e divennero esseri pericolosi persino le donne, da sempre simbolo di fertilità, che furono fatte apparire come streghe cattive. Solo molto tempo dopo si consacrò il 2 novembre come il Giorno dei Morti.

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Oggi le usanze che caratterizzano il 2 novembre in Italia sono numerose e in quasi tutte le Regioni possiamo trovare pratiche e abitudini legate a questa ricorrenza. Una delle più diffuse era l’approntare un banchetto, o anche un solo un piatto con delle vivande, dedicato ai morti. L’uso della zucca, che sembra essere ormai una prerogativa di Halloween, ha invece solide tradizioni in diverse parti del nostro paese, tra l’altro, la zucca, simbolo di fertilità, era già utilizzata dai Greci e dai Latini, ma anche i Celti adoperavano lanterne ricavate dalle rape per tenere lontani gli spiriti. Persino l’usanza di bussare alle porte delle case e chiedere “dolcetto o scherzetto”, che noi consideriamo di origine anglosassone, sembra risalire alla pratica dei cristiani di andare in giro per villaggi, il 2 novembre, ad offrire preghiere per i defunti in cambio di un dolce di uva passa.

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In Abruzzo si decoravano le zucche e i ragazzi nei paesi andavano a bussare di casa in casa domandando offerte per le anime dei morti, solitamente frutta di stagione, frutta secca e dolci. Questa tradizione è ancora viva in alcune località abruzzesi.

In Calabria, nelle comunità italo-albanesi, ci si avviava in corteo verso i cimiteri e dopo benedizioni e preghiere per entrare in contatto con i defunti, si approntavano banchetti direttamente sulle tombe, invitando anche i visitatori a partecipare. In altre cittadine calabresi ancora oggi, nel corso della panificazione, si fa la “Pitta del morto” vale a dire che la donna, se perde un marito o un figlio, fa la focaccia per essi e poi la dona ai poveri.  A Laureana di Borello  il 2 novembre, in quasi tutte le famiglie, in suffragio delle anime dei loro defunti, si fa l’elemosina ai poveri che si presentano a domandarla e si danno loro fichi secchi, noci, castagne, pane e soldi.

In Friuli i contadini lasciano un lume acceso, un secchio d’acqua e un po’ di pane sul tavolo. Sempre in Friuli, come del resto nelle vallate delle Alpi lombarde, si crede che i morti vadano in pellegrinaggio in certi santuari o chiese lontane dall’abitato e chi vi entra in quella notte le trova affollate da una moltitudine di gente che non vive più e che scompare al canto del gallo. A Bormio (Lombardia), la notte del 2 novembre si è soliti mettere sul davanzale una zucca riempita di vino e, in alcune case, si imbandisce la cena. In Piemonte, in passato, per cena si lasciava un posto in più a tavola, riservato ai defunti che sarebbero tornati in visita. In Val d’Ossola dopo cena, tutte le famiglie si recano insieme al cimitero, lasciando le case vuote in modo che i morti possano andare a ristorarsi in pace. Il ritorno alle case è annunciato dal suono delle campane così i defunti possono ritirarsi senza fastidio.

In Puglia la sera precedente il 2 novembre, si usa ancora imbandire la tavola per la cena, con pane acqua e vino, apposta per i morti, che si crede tornino a visitare i parenti, approfittando del banchetto e fermandosi almeno sino a natale o alla befana. Sempre in Puglia, ad Orsara (Fg) in particolare, la festa veniva (e viene ancora chiamata) Fuuc acost e coinvolge tutto il paese. Si decorano le zucche chiamate Cocce priatorje, si accendono falò di rami di ginestre agli incroci e nelle piazze e si cucina sulle loro braci. Gli avanzi vengono riservati ai morti, lasciandoli agli angoli delle strade. Diffusa è anche l’usanza, che si chiama “l’aneme de muerte”, della questua fatta da schiere di ragazzi o di contadini e artigiani che vanno di casa in casa cantando una canzone.

In Sardegna dopo la visita al cimitero e la messa, si torna a casa a cenare, con la famiglia riunita. A fine pasto però non si sparecchia, lasciando tutto intatto per gli eventuali defunti e spiriti che possono visitare la casa durante la notte. Prima della cena, i bambini vanno in giro per il paese a bussare alle porte, dicendo “morti, morti” e ricevendo in cambio dolcetti, frutta secca e in rari casi, denaro.

Particolare menzione merita la “Festa dei Morti” in Sicilia, ricorrenza molto sentita, risalente al X secolo. Si narra che anticamente nella notte tra l’1 ed il 2 novembre i defunti visitassero i cari ancora in vita portando ai bambini dei doni. Oggi questi doni vengono acquistati dai genitori e dai parenti nelle tradizionali fiere, che si svolgono in molte parti della Sicilia, ricche di bancarelle di giocattoli e oggetti vari da donare ai bambini, che vengono poi nascosti in casa e trovati da quest’ultimi, al mattino presto, con una sorta di caccia al tesoro. Oltre a giocattoli, esiste l’usanza di regalare scarpe nuove, talvolta piene di dolcetti, come i particolari biscotti tipici di questa festa: i crozzi ‘i mottu (ossa di morto) o i pupatelli ripieni di mandorle tostate, i taralli ciambelle rivestite di glassa zuccherata, i nucatoli e i tetù bianchi e marroni, i primi velati di zucchero, i secondi di polvere di cacao. Frutta secca e cioccolatini, accompagnano ‘U Cannistru‘, un cesto ricolmo di primizie di stagione, frutta secca e altri dolciumi come la frutta di martorana e i pupi ri zuccaru, statuette di zucchero dipinte, ritraenti figure tradizionali come i Paladini. Tradizione esclusivamente palermitana, vengono chiamati “pupi a cena” o “pupaccena”, per via di una leggenda che narra di un nobile arabo caduto in miseria, che li offrì ai suoi ospiti per sopperire alla mancanza di cibo prelibato. In alcune parti della sicilia viene preparata la muffoletta, pagnottella calda appena sfornata “cunzata“, la mattina nel giorno della commemorazione dei defunti, con olio, sale, pepe e origano, filetti di acciuga sott’olio e qualche fettina di formaggio primosale.

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Le fave dei morti, le ossa dei morti e il pane dei morti sono tre dolci tipici del 2 novembre, giornata celebrata in tutta Italia come festa dei morti o festa delle anime.

Originariamente le fave dei morti erano dolcetti preparati con le fave secche triturate, successivamente sostituite dalle mandorle per via del favismo, malattia genetica molto grave che può portare a crisi emolitiche e anemiche in caso di ingerimento di fave. Il nome, però, è rimasto invariato, dato che da secoli la fava, per via delle sue lunghe radici che affondano nel terreno come fossero un tramite tra la Terra e il mondo sotterraneo, è considerata alimento sacro ai defunti, tanto che in passato si credeva che nei loro baccelli giacessero le anime dei morti. La fava, inoltre, è l’unica pianta che ha uno stelo privo di nodi e questa sua particolarità faceva pensare che fosse il mezzo più adatto per permettere ai morti di entrare in contatto con il mondo dei vivi. Era come un canale privilegiato attraverso il quale i morti potevano comunicare ma, secondo alcuni, potevano anche impossessarsi delle anime dei vivi.

Oggi le fave dei morti sono una tradizione del 2 novembre in molte regioni italiane: Emilia Romagna, Lombardia, Veneto, Friuli, Marche, Umbria e Lazio. A Trieste vengono prodotte le favette dei morti, leggermente più piccole delle fave e colorate in tre colori: bianche (naturali), rosa (con alchermes) o marroni (con cacao).

Vediamo come si preparano, anche se le ricette variano di regione in regione.IMG_7568

 

Ingredienti per 40 – 50 biscotti

Farina 300 gr
Albumi 
2
Mandorle pelate
150 gr
Zucchero
150 gr
Limone o arancia 
scorza grattugiata

 

Preparazione:

Tostare le mandorle spelate in un tegame, senza farle bruciare, farle raffreddare e tritarle con un mixer. Versare sulla spianatoia la farina a fontana e lo zucchero e versare anche la granella di mandorle. Creare al centro lo spazio necessario per il burro e gli albumi e iniziare ad impastare con le mani. Se l’impasto risultasse troppo denso, si può aggiungere un po’ di liquore a piacere.
Quando l’impasto sarà omogeneo e morbido, realizzare dei salsicciotti lunghi e stretti e con l’aiuto di un coltello tagliare dei piccoli pezzetti e arrotolarli con il palmo della mano. Posizionarli, distanziandoli, su una teglia da forno, foderata con carta antiaderente e schiacciare il centro di ognuno. Far cuocere per circa 15 minuti a 180°, controllando che non si scuriscano troppo. Spolverizzare di zucchero a velo.

Importante: per evitare che le mandorle durante la tostatura si brucino, bagnarle prima di metterle nel tegame.

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2 Comments

  • Reply Gabriella Pravato 1 novembre 2015 at 15:54

    Pezzo molto interessante. Inoltre è bello scoprire che le tanto “demonizzate” zucche sono anche un po’ italiane.

    • Reply peperossoincucina 1 novembre 2015 at 19:11

      Grazie Gabriella, in effetti neanche io sapevo che tante similitudini con il mondo anglosassone fossero in realtà antichi riti fusi e tramandati fino ai giorni nostri. E’ sempre bello andare a ritroso nel tempo e scoprire le origini. Un abbraccio

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